CARISSIMI AMICI E FEDELI DEL SANTUARIO DEL SACRO CUORE
La frase «Si guardi di non farne dell’operaio una macchina» potrebbe sembrare tratta dalla prima Enciclica di papa Leone, la Magnifica Humanitas, e invece è di don Guanella. La scriveva nel 1899 quando si preoccupava di stilare il Regolamento interno per la sua nascente congregazione e “regolare” così, la vita dei suoi figli spirituali che all’epoca si chiamavano Figli del Sacro Cuore.
Mentre Leone XIV richiama al mondo che ogni essere umano possiede una dignità inalienabile (MH, 59), don Guanella attraverso opere concrete, si era dedicato agli emarginati, a coloro «che sono meno grandi agli occhi del mondo, ma lo sono tanto più agli occhi di Dio» (L. Guanella, Cenni biografici di suor Chiara Bosatta, VI, 478).
Si potrebbe dire che il carisma guanelliano è una forma vissuta della Magnifica humanitas perché mostra la magnificenza dell’umano là dove il mondo vede soltanto fragilità.
Mentre l’intelligenza artificiale tende a valorizzare ciò che è misurabile, efficiente e prevedibile, il carisma guanelliano, diffuso nel mondo, ci ricorda invece che il valore di una persona non può essere ridotto a dati, algoritmi o performance.
Uno dei moniti più profondi dell’Enciclica del Papa è che «la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze» (MH, 171). La tecnica, cioè, non potrà mai sostituire una presenza fisica di «un cuore cristiano che vede e che sente», che consola e ascolta, che «circonda d’affetto […] affinché a nessuno incolga male di sorta» (Cfr. L. Guanella, Regolamento interno di Figli del Sacro Cuore, IV, 1029).
In sintesi don Guanella propone la logica della Provvidenza. Ogni persona è affidata a qualcuno e nessuno deve essere lasciato solo perché «nel cammino della vita tutti approdino a meta felice». Là dove la cultura contemporanea rischia di chiedere “a cosa serve questo malato?”, il carisma guanelliano continua a domandarsi: “Di chi ha bisogno questa persona?”.
Don Guanella aveva intuito che l’uomo non è un numero quando raccoglieva attorno a sé persone con disabilità chiamandoli «beniamini della Provvidenza». Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il carisma guanelliano ci aiuta a comprendere che la vera grandezza dell’umanità non si manifesta nella potenza delle macchine, ma nella capacità di riconoscere in ogni persona, soprattutto se anziana e fragile, un figlio di Dio.
La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale diventerà sempre più potente, ma se l’uomo saprà restare sempre più umano. La tecnologia può essere un dono e una risorsa, purché rimanga orientata al bene della persona e alla costruzione di relazioni autentiche.
don Nico Rutigliano, rettore