Don Guanella racconta che un giorno papa Pio X gli domandò: «Dormite voi di notte?». E don Guanella rispose: «Sì, e qualche volta anche di giorno». Il Papa gli chiese: «Non avete fastidi?». E don Guanella rispose: «No, perché fino a mezzanotte ci penso io e poi so che ci pensa Iddio».
In questa frase c’è molto più di una battuta. C’è una vera e propria sintesi della sua spiritualità.
Don Guanella non era un uomo che aspettava passivamente la Provvidenza. Al contrario. Lavorava fino a consumare le proprie forze. Faceva tutto ciò che poteva. Scriveva, viaggiava, cercava aiuti, incontrava persone, visitava le Case, accompagnava le vocazioni, accoglieva poveri e abbandonati. Pregava e si sacrificava. Non si risparmiava.
Ma sapeva anche fermarsi. Sapeva che, oltre un certo limite, non tutto dipende dall’uomo e che la fede comincia anche quando si riconosce questo limite: «Fino a mezzanotte ci penso io». È la parte dell’uomo. È il lavoro. È la responsabilità. È la fatica quotidiana. È il dovere di mettere a disposizione tutto ciò che abbiamo. «Poi ci pensa Iddio». È la Provvidenza. È l’abbandono. È la certezza che l’ultima parola non appartiene alle nostre capacità, ai nostri programmi o ai nostri mezzi.
Don Guanella era profondamente convinto che «è Dio che fa». Questa convinzione non diminuiva il suo impegno. Lo rendeva possibile. Se l’Opera fosse dipesa soltanto da lui, avrebbe avuto ragione di scoraggiarsi. Le difficoltà erano molte. I mezzi spesso insufficienti. Le necessità enormi. Le persone da aiutare aumentavano. Il futuro non offriva garanzie. Eppure don Guanella andava avanti. Perché sapeva che l’Opera non era sua. Era di Dio.
La Provvidenza, però, non sostituisce l’uomo. Lo coinvolge.
La Provvidenza passa attraverso mani concrete. Attraverso persone che donano tempo, competenze e risorse.
Dio ha bisogno delle nostre mani.
Significa lavorare senza pensare che il risultato dipenda soltanto da noi, seminare anche quando non sappiamo se vedremo il raccolto, continuare a servire anche quando i frutti sembrano piccoli.
Significa fidarsi e affidarsi a Dio. Questo era il segreto di don Guanella.
Ma la sua fiducia nella Provvidenza aveva un volto concreto: il volto dei poveri.
Per lui, infatti, affidarsi a Dio non significava allontanarsi dalla sofferenza del mondo, bensì entrarvi ancora più profondamente.
Il povero aveva bisogno di essere accolto, di ricevere cibo, un tetto, delle cure. Ma aveva anche bisogno di qualcosa che nessuna assistenza materiale può sostituire: aveva bisogno di sapere di essere amato. Qui si comprende una delle espressioni più significative del carisma guanelliano: dare pane e Paradiso.
Non soltanto pane. Non soltanto Paradiso. «Pane e Paradiso».
Il pane è la concretezza della carità, è ciò che permette alla persona di vivere, è la risposta ai bisogni reali: il pasto preparato, la casa riscaldata, la medicina, l’assistenza, il lavoro, la cura.
Il Paradiso è l’orizzonte ultimo, la speranza che apre alla vita oltre la vita e alla certezza di essere amati.
Per don Guanella, prendersi cura dell’uomo significava prendersi cura di tutto l’uomo. Del corpo e dello spirito. Della vita quotidiana e della vita eterna. Della dignità umana e della speranza cristiana. Per questo una Casa guanelliana non può essere soltanto un luogo in cui si ricevono servizi, un luogo in cui una persona possa sentirsi accolta e amata, perché il Paradiso non può essere annunciato senza farsi carico della fame, della solitudine e delle ferite di ogni persona.
don Nico Rutigliano, rettore