- Casa Divina Provvidenza - OPERA DON GUANELLA COMO
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«In una serata dell’aprile 1886 [il 5 aprile] si presentarono alla riva del lago due suore [Maria Mambretti e Martina Silvetti], con alcune orfanelle, e là pronta era una barchetta con quattro letti e poche masserizie. Il nostro padre Mario Bosatta, che non ne sapeva nulla, vedendo esclamò: “Ho capito… Ecco lo sciame che si stacca dall’alveare…”» (L. Guanella, Appunti sulla storia della Casa di Provvidenza. Bozzetti).
L’imbarcazione era guidata dal sacrestano e barcaiolo Pietro Morelli. «Si recitò breve preghiera, si benedissero e partirono recando in una barchetta tutto il mobilio della propria fondazione […]. Giunsero a Como la mattina seguente avendo consumata la notte in continue preghiere» (L. Guanella, Un fiore di virtù da terra trapiantato nel paradiso), per dare inizio alla “Piccola Casa della Divina Provvidenza”.
La stessa mattina, don Guanella e suor Marcellina Bosatta, con la prima corsa del battello a vapore, raggiungevano la piccola comitiva arrivata a Casa Biffi, l’edificio che avevano individuato in via Santa Croce (l’attuale via Tommaso Grossi) al numero civico 22, al limitare di circa 4000 metri quadrati di terreno coltivati ad orto, vigna e prato, con alcuni alberi da frutta, «nella posizione più amena e più salubre di Como» (L. Guanella, Statuto dei Figli del Sacro Cuore, 1898). Nasceva così, centoquarant’anni fa, la nostra Casa.
Verso la metà di maggio suor Chiara Bosatta raggiungeva la comunità, inviata da don Luigi quale prima vice superiora e madre maestra delle novizie. Vi rimarrà fino al 13 dicembre dello stesso anno quando, gravemente ammalata, tornò a Pianello del Lario, dove rese l’anima a Dio il 20 aprile dell’anno successivo. I primi ospiti della Casa, oltre alle religiose e alle orfanelle giunte da Pianello del Lario, furono giovani aspiranti domestiche, qualche filandiera e studentessa bisognosa d’alloggio per la frequenza della scuola in città.
Ma presto la Casa, ingrandendosi a poco a poco, si trovò ad aprire le porte ad ogni categoria di poveri e ammalati, perché, secondo don Guanella, doveva diventare un «asilo aperto a tutte le disgrazie» (L. Guanella, Origine della Piccola Casa della Divina Provvidenza, in La Providenza, dicembre 1892).
Don Guanella non voleva escludere nessuno dalla sua carità: «Lo scopo suo [della Piccola Casa] è dunque, ad imitazione del Cottolengo, di venire in aiuto di quel maggior numero di bisognosi che sia possibile, d’ogni età, classe e sesso, secondo gli aiuti e gli indirizzi della divina Provvidenza» (L. Guanella, Norme principali per un Regolamento interno nella Piccola Casa della Divina Provvidenza in Como).
Proprio per evitare l’omonimia con l’Istituto di San Giuseppe Benedetto Cottolengo a Torino, l’istituzione comasca, inizialmente chiamata “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, dovette «modificare la sua denominazione e per innanzi si dirà Casa della Divina Provvidenza» (Dichiarazione, in LDP, febbraio 1897).
«La nostra istituzione prende nome della divina Provvidenza, perché ha fede viva vivissima nella divina Provvidenza, senza il cui aiuto non sarebbe sorta, non avrebbe potuto diffondersi e non potrebbe mantenersi e prosperare» (L. Guanella, Regolamento per i Figli del Sacro Cuore).
Ormai si sente il profumo di primavera, che ci incoraggia a non perdere la speranza perché un’alba nuova sta sorgendo, un tempo nuovo sta compiendosi, il freddo sta lasciando il posto al calore del sole.
Il mandorlo è il primo albero a fiorire. In alcune zone del sud Italia già a febbraio si possono scorgere i primi germogli tra i rami. Nessun albero da frutto può sperare in una fioritura in quel periodo, ma lui, il mandorlo, sì. Fiorisce nel periodo in cui il freddo è ancora pungente e sembra non finire più.
E quando poi, a fine agosto, tutti i frutti estivi saranno ormai passati, ecco che il mandorlo compie la sua promessa donando il suo frutto, e arriva quando non te lo aspettavi più. Il mandorlo è il primo a fiorire e l’ultimo a fruttificare, una caratteristica tutta speciale come speciale è la vita.
La Pasqua, fulcro della nostra fede, ci invita a contemplare la Risurrezione di Cristo e la speranza che essa porta con sé. L’evento pasquale, come il mandorlo, ci parla di rinascita e di vita. Tutti e due ci parlano di fioritura che esplode in bellezza: sono un messaggero di gioia e di vitalità. Ci ricordano che, anche dopo i periodi più bui e freddi, la vita trova sempre un modo per emergere.
Il mandorlo, che anticipa la primavera, ci insegna che la resurrezione di Cristo è la promessa che anche noi possiamo rinascere, superando le difficoltà e affrontando le sofferenze.
La Pasqua è un invito a lasciare andare le paure e a riscoprire la luce e la vita. In questo tempo di grazia, possiamo riflettere su come, proprio come il mandorlo, anche noi siamo chiamati a fiorire, a portare amore e speranza intorno a noi.
Per questa Pasqua, e per tutto il mese di aprile, vi invito a contemplare la bellezza della creazione, a trovare conforto nella comunione con gli altri e a rinnovare il vostro impegno nella fede e nella carità. Che il messaggio di risurrezione e speranza possa riempire i vostri cuori come i fiori del mandorlo riempiono i campi primaverili.
Vi auguro una Pasqua serena, colma di amore, gioia e benedizioni. Possa la luce di Cristo Risorto illuminare i vostri giorni e far fiorire in voi la forza e la bellezza di una vita dedicata al servizio dei bisognosi e all’amore per il prossimo.
Don Nico Rutigliano, rettore
Era martedì, quel 24 marzo del 1908. Proprio nell’ora in cui si celebravano i Primi Vespri della solennità liturgica dell’Annuncio dell’Angelo a Maria, a Como, nella penombra della chiesa del Sacro Cuore, «in quell’ora tarda, mentre il silenzio misterioso della notte faceva pulsare con insolita gagliardia i nostri cuori» – ricorderà don Leonardo Mazzucchi, uno dei più giovani confratelli presenti a quel momento – don Guanella assieme ad altri diciassette compagni emetteva i Voti perpetui nella Congregazione dei Servi della Carità.
Quante preoccupazioni e sofferenze di spirito gli era costato quel traguardo! Ai Dicasteri della Curia romana non era molto chiaro chi fossero i Servi della Carità dal punto di vista giuridico, sia davanti alla società civile che davanti alla Chiesa: una “Pia Unione” di sacerdoti e laici, o una Società di attività apostolica, un’associazione ecclesiale con voti privati…, o propriamente un Istituto di vita religiosa, con voti religiosi ufficiali e pubblici?
Il progetto dell’Istituto don Luigi lo aveva ben definito nella mente e nel cuore, anche con l’esperienza che aveva avuto vivendo da salesiano per tre anni con don Bosco. Però non lo aveva ben delineato sulla carta e, in larga misura, neppure nella comprensione dei suoi confratelli. Alcuni tra loro non avevano maturato a sufficienza la decisione per una vita religiosa e si erano semplicemente associati a lui per collaborare alle grandi opere che andava realizzando nella Chiesa per i poveri. Diversi sacerdoti diocesani era attirati dalla sua personalità, ricca di fascino evangelico; ma non ne percepivano specificamente il carattere della consacrazione a Dio nella forma voluta e riconosciuta dalla Chiesa per gli Istituti religiosi: Voti, vita comune, fine ben definito, governo, formazione, strutture.
Gli eventi di quella sera sono raccontati con profonda emozione ancora da don Mazzucchi «Don Luigi Guanella disserrò il labbro alla sua parola umile, buona, semplice: ma non parlava la sua bocca, parlava […] il suo cuore grande, la sua anima santa […]. Quando lo udimmo ringraziarci per avergli dato modo coll’accogliere il suo invito e metterci al suo seguito, di stringere dinanzi a Dio quei vincoli benedetti […]; oh! allora il nostro cuore non ne poté più, e versammo lacrime di amore, di tripudio santo, di pentimento, di riconoscenza che ci segnarono nell’anima un solco da non cancellarsi mai».
Per don Guanella con l’annuncio a Maria, Dio si affida a lei che, volgendo il suo sguardo su di lui fatto bambino bisognoso di tutto, lo accoglie tra le sue braccia, diventando Madre della Divina Provvidenza. Nell’annuncio a Maria si riflette la paternità di Dio che si serve di Lei come ministra di aiuto ai poveri. È colei che guarda con tenerezza materna e soccorre nelle pene, garantendo che chi ricorre a lei non rimarrà deluso.
In questa Madre anche lui e i suoi Servi della Carità devono rispecchiarsi, guardandola come modello di fede e di carità. Nelle case guanelliane l’Annunciazione è legata alla fiducia nella Provvidenza divina, con Maria che custodisce Gesù come il più povero e bisognoso. Maria ha detto il suo “sì” al Signore, accogliendo il piano di salvezza: don Guanella invita i suoi seguaci a imitare questa disponibilità: «Accada anche per noi così».
CARISSIMI AMICI E FEDELI DEL SANTUARIO DEL SACRO CUORE
«Dio è Amore»
San Giovanni Apostolo ed Evangelista, dopo l’ascensione di Gesù, andò a vivere ad Efeso insieme a Maria. Gesù in croce aveva detto a Giovanni: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Giovanni visse ultracentenario. Ormai vecchio, erano i cristiani a portarlo al luogo delle riunioni dei discepoli. San Girolamo narra che la sua predicazione era sempre la stessa: «Figlioli, amatevi gli uni gli altri». A chi gli domandava perché ripetesse sempre la stessa frase, rispose: «Perché è precetto del Signore, se questo solo si compia, basta».
Non dobbiamo cercare a tutti i costi la novità
Dobbiamo parlare di ciò che è noto. La vita si gioca nel quotidiano e non sulle novità. «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» dice San Giovanni (I Gv 4,7-12). Solo chi ama può conoscere Dio perché Dio è Amore. Con la parola «amore» intendiamo le cose più importanti della nostra vita.
L’amore è gratuito
Friedrich Nietzsche, che non si limitava a negare Dio, ma tutto ciò che orbita intorno a Dio, riteneva che l’amore cristiano serve a mantenere il potere delle istituzioni religiose e a reprimere la volontà di potenza individuale.
Nella mia vita, invece, ho sperimentato la gratuità di essere stato amato. L’ateo che nega Dio nega la gratuità. Se dice Dio non esiste, dice che nel mondo si fa tutto per interesse. Io credo nella gratuità anche se non ne sono pienamente capace. Credo in Dio perché ho sperimentato la gratuità del suo Amore anche se non sono pienamente capace di corrispondere al suo amore, non sono pienamente capace di gratitudine e riconoscenza.
E il male?
Siamo dinanzi a un mistero: il misterium iniquitatis. San Paolo ne parla nella sua Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2,7) per descrivere la forza malvagia e occulta già operante nella storia, che agisce sotto le apparenze del bene. La risposta al male sta nell’amore. Dobbiamo imparare a vivere con la nostra ombra, nella consapevolezza che solo Dio può sconfiggere il male. Solo Cristo, Luce senza tramonto, può eliminare le tenebre.
L’amore è il legame tra il tempo e l’eternità
Le tre grandi religioni monoteiste hanno origine in Abramo e rappresentano la fede (Islam), la speranza (Ebraismo) e la carità (Cristianesimo). La carità può unificarle.
Karl Rahner afferma che Dio sia irraggiungibile e inconoscibile intellettualmente, ma lo si può incontrare solo nell’amore. Solo nell’atto di amare (in particolare il prossimo) l’uomo rompe i propri confini egoistici e si apre all’Infinito. «Solo nell’amore posso trovarti, mio Dio» scrive in Tu sei il silenzio.
Etty Hillesum nel suo diario annota: «Dio è in noi come se fosse sepolto». E descrive, quindi, la necessità di “dissotterrare” Dio dentro di sé, specialmente nel contesto del dolore e dell’olocausto.
Se conosci Dio, ami! E se ami, conosci Dio!
Come applicare questo discorso alla vita?
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito». L’amore di Dio è concreto, è una Persona, è Gesù. Per noi Gesù è una domanda ed una provocazione allo stesso tempo. Dio viene e viene come uomo. C’è chi crede e chi non crede. Gesù rivolge ancora, oggi, a noi la sua domanda: «Voi chi dite che io sia?».
Gesù è anche una provocazione che mi spinge ad amare, non solo il Figlio di Dio che è Amore, ma anche il prossimo, perché se Lui è Figlio di Dio, di conseguenza, io sono fratello (Cfr. Fratelli Tutti). C’è un legame che mi unisce a Cristo e a tutti i fratelli.
Amare non è facile
Le grandi crisi, anche sociali, nascono dalla incapacità di amare. Johann Baptist Metz ritiene che la crisi di identità del Cristianesimo è crisi di amore. Il rapporto tra comunione e missione riguarda l’amore. La comunione si costruisce nell’amore e la nostra missione è un espandersi di questo amore.
«Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Non solo sono custode e responsabile di mio fratello, ma me ne devo prendere cura, perché «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (I Gv 4,20).
don Nico Rutigliano, rettore
Si erano conosciuti ai primi di settembre del 1891 a Castiglione delle Stiviere, paese natale di San Luigi Gonzaga, durante la celebrazione del terzo centenario della nascita del giovane Santo, in un modo un po’ insolito. Don Guanella era preceduto come al solito da dicerie e pettegolezzi ben noti, anche da parte di confratelli sacerdoti. Ammesso al termine del pranzo alla presenza di mons. Andrea Ferrari, Vescovo di Guastalla e da poco eletto alla sede di Como, ma ancora in attesa dell’ingresso in Diocesi, riunito con altri prelati, don Guanella si sentì direi con schiettezza: «Ecco il sacerdote del quale abbiamo mormorato». Cominciò allora un’amicizia che si sarebbe prolungata fino alla morte di don Guanella, venticinque anni di sostegno reciproco nelle calunnie, negli attacchi mediatici e diretti dai quali furono travolti entrambi a più riprese. Per don Guanella fu l’aperta persecuzione dell’Autorità politica e la freddezza di quella religiosa e per Ferrari l’accusa di modernismo e le difficoltà con la Curia romana e con Papa Pio X. Entrambi non si lasciarono condizionare dalle dicerie: furono amici e si sostennero. Da parte suo il Vescovo capì che sotto quel prete che era nell’occhio del ciclone vi era una forza capace di riempire d’amore la sofferenza di tanti. Ne divenne un fervente sostenitore fin dagli inizi. Forse anche perché, come ha scritto don Guanella, «Con praticare le opere di misericordia i cristiani moltiplicano l’amicizia fra loro» (Pensieri intorno all’Anno Santo 1886, III 1048). Nel suo ministero Ferrari non dimenticò mai le sue umili origini, spendendosi anche per alleviare le povertà dei suoi fedeli, fino alla creazione di quella che diventerà poi l’ ”Opera Cardinal Ferrari”.
Ebbe a dire di essere andato spesso a trovare don Guanella durante i tre anni in cui fu Vescovo a Como e di averlo visto sempre impegnato a lavorare per i poveri. Lo chiamava a rapporto, si confidava, ne parlava a tutti, lo difendeva, all’occorrenza lo correggeva, sfidando anche i malumori di alcuni condiocesani, preti e laici.
Non poco dovette costargli anche da cardinale di Milano difenderlo, dissentendo da cardinali romani altisonanti come Rampolla o Merry Del Val o Respighi, e soprattutto con un atteggiamento diverso dal suo successore nella Diocesi comasca, mons. Valfrè, che non l’ebbe mai in simpatia.
Consigliò la costruzione di una chiesa aperta a tutti dedicata al Sacro Cuore, annessa alla Casa di Como, consacrandola nel 1893. Celebrò le esequie di don Guanella, lodando la sua carità con lo splendido inno di San Paolo (1Cor 13).
In occasione del Pellegrinaggio Lombardo del 1893 Ferrari nominò Guanella “rappresentante della Diocesi di Como” presso il Papa.
Quando don Guanella chiede ai futuri Superiori e alle Superiore delle sue Congregazioni di essere uomini e donne di misericordia, porta impresso nell’animo quel modello di relazione improntata da Ferrari nel suo ministero episcopale, che egli stesso sperimentava: calda, affettuosa, vicina, basata sulla fiducia, mai castigatrice e mai severa. Ferma nei principi, chiara nella comunicazione, assai schietta nei punti di vista, ma poi larga, paziente, molto presente.
Nel 1954 l’alpinista Walter Bonatti (1930-2011) durante una spedizione sul K2, aiutò il suo compagno di scalata Riccardo Cassin (1909-2009), in una situazione di grande pericolo. Cassin, che non stava bene fisicamente, si trovò in difficoltà durante una scalata, e Bonatti, nonostante le sue stesse difficoltà, lo aiutò a scendere dalla montagna, mettendo a rischio la propria vita per soccorrerlo. In quella spedizione, la solidarietà non venne solo da Bonatti, ma anche da altri compagni di alpinismo, mostrando che anche nei momenti più estremi, l’unione e il supporto reciproco tra alpinisti è fondamentale. Bonatti dimostrò che la montagna non è solo un campo di competizione, ma un ambiente in cui la vita e la salvezza di ciascuno dipendono dalla solidarietà degli altri.
In questo mese di febbraio si tengono le Olimpiadi Invernali 2026 (Milano-Cortina 6-22 febbraio 2026): moltissimi sportivi, numerosi giornalisti e appassionati dei giochi invernali arriveranno in Lombardia da tutto il mondo, giungeranno nelle nostre valli, visiteranno la nostra città, passeranno per le nostre strade, fino a giungere in Valtellina, a Bormio e Livigno.
Lo sport, quando è vissuto in modo sano, è un vero e proprio strumento per la crescita umana e sociale delle persone, perché cura le relazioni, aiuta a saper rispettare le regole, a confrontarsi con i propri limiti, insegna, attraverso la fatica, la giusta competizione e il gioco di squadra.
Come cristiani riconosciamo il valore del corpo e riteniamo che la dimensione fisica non è secondaria rispetto a quella spirituale, anzi la persona è un’unità di corpo e anima. In questo senso, l’attività sportiva aiuta ad imparare disciplina, costanza, attenzione: qualità che non restano confinate al campo di gioco, ma si riflettono nella vita quotidiana.
Lo sport è una “scuola di valori”: il rispetto delle regole, la lealtà verso l’avversario, lo spirito di squadra, la capacità di accettare la sconfitta senza umiliazioni né rancori. Vincere è importante, certo, ma non è tutto. Anzi, saper perdere è considerato uno degli insegnamenti più preziosi dello sport, perché educa all’umiltà e alla resilienza.
Purtroppo accanto ai valori educativi dello sport, vi sono anche alcune criticità, che non sono mancate già durante la fase di preparazione a questo evento sportivo: la crescita esagerata dei prezzi per alloggiare o partecipare alle gare, le controversie sul passaggio della fiaccola olimpica e le polemiche sul servizio di ordine pubblico.
Negli ultimi decenni, i Papi sono intervenuti spesso mettendo in evidenza la dimensione educativa dello sport. Giovanni Paolo II parlava dello sport come di una palestra di virtù umane e cristiane; Benedetto XVI ne sottolineava il valore educativo; Papa Francesco ha insistito soprattutto sull’aspetto inclusivo, mettendo in guardia da uno sport che esclude i più deboli o umilia chi resta indietro. Per lui, lo sport deve restare un linguaggio universale, capace di creare ponti e non barriere.
Papa Leone XIV ha definito lo sport come una «via per costruire la pace», un mezzo prezioso di formazione umana e un riflesso della bellezza di Dio, capace di unire le persone. In occasione del Giubileo degli Sportivi 2025, ha sottolineato l’importanza di superare l’individualismo, promuovendo lo sport come strumento di incontro, fratellanza e crescita interiore.
Vogliamo augurare agli sportivi che gareggeranno che questo evento possa essere per loro una grande opportunità: un luogo in cui il corpo, la mente e le relazioni si intrecciano, e dove si può imparare a dare il meglio di sé senza perdere di vista l’altro. A patto, però, che al centro resti sempre la persona, non il podio.
don Nico Rutigliano, rettore
Nel mese di gennaio, con la celebrazione del Battesimo di Gesù, la liturgia chiude il tempo liturgico di Natale.
Gesù, pur non avendone bisogno, si immerge nel Giordano per mano di Giovanni Battista. Il battesimo di Giovanni era di acqua e penitenza, preparatorio; quello di Gesù è nel fuoco e nello Spirito Santo, definitivo, che santifica le acque e inaugura il nuovo patto. Gesù, accettando il battesimo, santifica le acque e inaugura la sua missione salvifica, rivelandosi pubblicamente come Agnello di Dio, Figlio dell’Uomo. Rappresenta il nostro battesimo, la nostra entrata nel popolo di Dio e la nostra partecipazione alla gloria di Cristo, con l’immagine dei fiumi dell’Apocalisse che sgorgano dal Giordano.
Ricordando l’episodio evangelico della barca sbattuta dalle onde, don Guanella ricorda: «Ma perché siamo in nave con Gesù, non dobbiamo credere che basti starsene oziosi e tranquilli. Noi siamo in navicella con Gesù e ne godiamo. Però attenzione ci vuole e rispetto. Poi è bisogno di remigare; se fa uopo dobbiamo lottare colle onde più furiose e in far questo raccomandarci a Dio… Ce ne porge ammaestramento altresì il Vangelo della presente festività» (Il Pane dell’anima, I Corso, I, 218).
Per questo ci invita: «In ogni anno, alla ricorrenza anniversaria del nostro Battesimo, rinnoviamo le promesse di servire Dio. Spesse volte tutto il popolo dei cristiani, nel primo dell’anno nuovo, si prostra davanti agli altare dello Altissimo e gridano: “Guerra a Satana, muoia il peccato, si distrugga la iniquità”. Il cielo in questo momento sorride benevolo e salva» (Vieni meco, III, 396).
CARISSIMI AMICI E FEDELI DEL SANTUARIO DEL SACRO CUORE
Sappiamo bene come l’idea principale che contribuì a formarsi del carisma di don Guanella è stata l’idea che Dio è Padre. Dalla paternità di Dio derivano poi tutte le altre dimensioni della sua vita, dalla spiritualità alla pedagogia, dalla preghiera alla vita fraterna, dal ministero sacerdotale al servizio ai poveri.
Oltre che dal suo papà terreno, Pa’ Lorenzo, il nostro Fondatore imparò molto da un altro padre: don Bosco, che per don Guanella «fu padre e maestro».
Don Luigi nutriva molta gratitudine e profonda venerazione verso don Bosco, che chiamava «padre». Anche il santo piemontese aveva molta stima del nostro, perché aveva intuito che in quel prete valtellinese c’era una personalità forte, un sogno da realizzare.
I tre anni passati con don Bosco sono definiti come «i tre più belli anni della vita», tanto che il distacco da Torino per «fabbricare qualche ciabotto in patria» lo vivrà con tanta sofferenza.
Questi due santi hanno tanto in comune: la vocazione in tenera età, il desiderio di fare del bene al prossimo, l’educazione cristiana ricevuta in famiglia, le visioni premonitrici, l’attaccamento alla Vergine Maria, la fiducia in Dio, la fede incrollabile, la concezione dell’uomo, figlio di Dio e portatore di un tesoro, anche se la Sua impronta è sfigurata o sfuocata.
La vita di don Guanella, come quella di don Bosco, fu tracciata da un sogno avvenuto a nove anni, il giorno della sua Prima Comunione: «nel suo cuore si svolgeva un paesaggio di soave dolcezza quasi di paradiso che lo persuadeva a forti propositi di bene. Durò per pochi minuti, ma gli lasciò, fino ai suoi settant’anni, un soave conforto».
Il fondatore dei Salesiani, pure, scrive: «Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano».
Personalità spiccate, Bosco e Guanella, godevano di un’indole incline alla misericordia verso il prossimo e all’amore verso Dio, tanto da essere tra loro molto simili: attivi e dinamici nell’apostolato, impegnati nelle opere di carità, tenaci a compiere il bene, caparbi a seguire la vocazione segnata da Dio e chiara nella propria mente, attenti e premurosi verso i poveri con la sollecitudine educativa che li contraddistingue: il metodo preventivo. Li accumunava la spiritualità eucaristica, la devozione per la Madonna, l’obbedienza al Papa.
Gli anni passati a Torino furono una scuola per don Guanella. Il vescovo di Como lo richiamò in Diocesi e lui vi ritornò con il forte desiderio di fondare un’istituzione di bene per i poveri, un’opera dedita alla carità per la sua valle, ma che poi si sarebbe irradiata in tutto il mondo: «Quando poi il vescovo ne lo richiamò in Diocesi, sentì uno strappo vivo a separarsi da don Bosco, ma si affrettò per obbedire e per compiere i desideri di una fondazione in pro dell’umanità sofferente».
Il prete torinese e il prete comasco vissero in un’epoca caratterizzata da profonde trasformazioni e squilibri sociali senza lasciarsi scalfire da agitazioni patriottiche e novità moderniste, vissero il loro tempo sempre orientati a fare la volontà di Dio, con lo scopo di costruire un mondo più giusto, per far crescere «buoni cristiani ed onesti cittadini» e per «promuovere il regno della carità». Il profondo legame tra i due e la ammirazione di don Guanella verso don Bosco vengono espressi qua e là nei suoi scritti. San Luigi ammirava di lui «la chiarezza e vivacità con cui parlava sopra qualsiasi argomento», la fiducia illimitata nella Divina Provvidenza e, con San Giovanni Bosco, gli pareva di stare in paradiso: «Trovandomi con don Bosco mi pareva imparadisato. Col divino aiuto e mercé le preghiere di don Bosco io mi corressi di difetti che forse in caso contrario avrei portato alla tomba. Specialmente mi pare aver guadagnato nello spirito di mortificazione attenendomi alla Regola meglio che per me si poteva».
don Nico Rutigliano, rettore
Dal profilo Facebook dell’Onorevole Alessandra Locatelli:
“Ieri, in occasione dell’anniversario della nascita di Don Luigi Guanella, ho partecipato alla Santa Messa “intercontinentale” nel Santuario del Sacro Cuore di Como, presso la Casa della Divina Provvidenza dell’Opera don Guanella di Como.
È stato un momento molto emozionante per la partecipazione degli ospiti della Casa di Riposo, degli operatori, di tanti rappresentanti delle varie aree di attività del Don Guanella e di tanti amici.
Siamo stati in collegamento spirituale con tutta la famiglia guanelliana nel mondo e questo mi ha riportato alla mente tanti bellissimi momenti vissuti insieme ai volontari e ai religiosi dell’Opera in Italia e in Africa.
Grazie per questo emozionante momento di preghiera e raccoglimento condiviso, per la meravigliosa accoglienza e per avermi fatto visitare la mostra con le bellissime foto ritratto di tanti ospiti della comunità, tra le quali Giuditta, e i Presepi realizzati dal carissimo Mario, che rappresentano un percorso nel tempo e nella vita.”
A Natale, qui in Casa Divina Provvidenza, seguendo una bella tradizione iniziata addirittura dal nostro Fondatore, si allestisce un grande presepe. Quest’anno, però, c’è un’importante novità: domenica 14 dicembre, dopo le SS. Messe delle 10.00 e delle 11.45, in alcuni locali che si aprono sul cortile meridionale della Casa, vicino al campo di calcetto, sarà inaugurata la Casa dei Presepi “I Presepi della Provvidenza – Arte, Fede e Tradizione”, visitabile non solo dagli ospiti, ma anche da tutti coloro che vorranno immergersi in un’esperienza davvero speciale. Si tratta di una esposizione permanente di più di un centinaio di presepi, realizzati con diversi materiali, di diverse provenienze e di tutte le dimensioni, raccolti in oltre trent’anni anni da Mario Vimercati, referente del Centro Culturale guanelliano, che, aiutato da alcuni amici, ha allestito questa raccolta per valorizzarla e aprirla al pubblico.
La Casa dei Presepi è visitabile dopo le funzioni religiose festive nel Santuario del Sacro Cuore, oppure in altri orari con prenotazione al numero 347.8783308.